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Motivazioni Marlane, morti bianche: prove insufficienti per i giudici


GS_inside_arPRAIA A MARE – Gli imputati del processo Marlane non sono stati riconosciuti colpevoli di aver provocato i tumori che hanno colpito oltre 100 operai della fabbrica tessile di Praia a Mare, dismessa nel 2004 dal Gruppo Marzotto, per insufficienza di prove.

Proprietari e dirigenti erano accusati di aver omesso o rimosso le necessarie cautele sui luoghi di lavoro per evitare prolungate esposizioni delle maestranze a sostanze nocive utilizzate nelle fasi di lavorazione dei tessuti.

“Il Collegio – si legge a pagina 58 delle motivazioni della sentenza assolutoria in primo grado – ritiene che le risultanze acquisite nel corso del giudizio non valgono a conferire pieno fondamento all’ipotesi accusatoria in relazione al reato di cui all’articolo 437 del codice penale, non essendo emerse prove certe in ordine alla penale responsabilità degli imputati”.

Per i giudici, cadendo l’accusa di rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro risultano esaurite anche quelle relative alle lesioni colpose e all’omicidio colposo.

La sentenza dedica ben 42 delle 256 pagine complessive alle testimonianze rese in aula che, in parte, avrebbero dovuto sostenere la tesi dell’accusa secondo la quale i dirigenti avevano accettato il rischio che dalle loro condotte potessero derivare rischi per la salute delle tute blu.

Invece, il collegio giudicante ha ritenuto che: “Non è stata raggiunta – si legge nella sentenza – al di là di ogni ragionevole dubbio, la responsabilità degli imputati in ordine al reato di cui all’articolo 437 del codice penale”. E ancora: “Non sono emersi elementi sufficienti a far ritenere che nella fabbrica non fossero presenti idonei impianti di aspirazione e che non fossero stati forniti ai dipendenti sufficienti dispositivi di protezione”.

E, sempre in riferimento alle testimonianze, i giudici si spingono fino a ritenere che: “Alla luce delle risultanze contrastanti delle deposizioni è dunque necessario vagliare l’attendibilità delle stesse tenuto conto che molti testimoni sono costituiti parti civili e, dunque, portatori di un interesse economico personale”.

A convincere la corte per l’assoluzione hanno giocato un ruolo importante alcuni aspetti emersi in aula. Tra questi, un sensibile miglioramento delle condizioni di lavoro quanto meno a partire dal 1975.

Il riferimento è agli impianti di aspirazione per i quali però, resta il dubbio, e lo si legge tra le righe del documento, circa la loro idoneità a garantire la salubrità degli ambienti di lavoro della Marlane.

I giudici stessi ricordano nella sentenza come alcuni accertamenti peritali su di essi non siano stati possibili poiché negli anni successivi alla dismissione dell’impianto gli aeratori sono stati smontati e portati via insieme a telai e altri macchinari.

Tuttavia “Non è emersa prova – scrivono i giudici – dell’idoneità degli impianti rispetto ai sistemi di lavorazione né in relazione ai profili quantitativi dell’esposizione, non essendo stata verificata la portata degli impianti, la geometria, la posizione dei singoli ambienti di lavoro e la capacità di aspirazione degli impianti di areazione”.

Ma l’insufficienza di prove riscontrata dai giudici ha condotto all’assoluzione degli imputati.

Viene citata la giurisprudenza in merito, fornita dall’orientamento della Cassazione, per la quale affinché vi sia rilevanza penale non è sufficiente omettere o rimuovere i presidi atti a prevenire infortuni sul lavoro, ma serve l’attitudine almeno astratta, anche se non bisognevole di concreta verifica, a pregiudicare l’integrità fisica dei lavoratori. Serve la prova che i presidi non adottati o rimossi siano idonei a prevenire infortuni e disastri. Inoltre non c’è dolo se chi omette o commette il reato non è consapevole di creare pericolo.

Il resto lo hanno fatto i lunghi tempi delle indagini e del processo dal momento che la corte ha ammesso “la difficoltà – è scritto nelle motivazioni – di valutare, ora per allora, le condizioni dei luoghi, trattandosi di indagine su una realtà industriale dinamica e che non esiste più, svolta a distanza di molti anni dalla chiusura della fabbrica e che rende impossibile fondare su tali basi un giudizio di responsabilità degli imputati”.

E non è tutto. L’insufficienza di prove rilevata dal collegio giudicante riguarda anche la mancata dotazione agli operai dei cosiddetti Dispositivi di protezione individuale (Dpi) quali mascherine, occhiali, guanti e abiti da lavoro, nonché per quanto riguarda le sostanze utilizzate in fabbrica.

A tal proposito i giudici, preliminarmente chiariscono che l’accertamento su questo punto è stato basato sia sulle schede di sicurezza dei coloranti utilizzati in fabbrica, sia sulle sostanze effettivamente trovate nel corso delle indagini all’esterno e all’interno della fabbrica.

Il pool di periti incaricato dal tribunale, pur non essendo riuscito a fornirne un elenco completo, ha concluso che per certo alla Marlane si è utilizzato Cromo esavalente, coloranti azoici e Trielina. Per il resto, tanto i periti quanto i PM non sono stati in grado di produrre alcuna prova che nella fabbrica di Praia a Mare si utilizzassero coloranti capaci di rilasciare una delle 22 ammine aromatiche individuate dalla normativa europea come sostanze estremamente pericolose.

Era verosimile – concludono i giudici – che nella Marlane si utilizzassero Cromo esavalente e ammine aromatiche che costituiscono un fattore di rischio cancerogeno rispettivamente per il polmone e la vescica. Ciò esclude dunque patologie ad altri organi bersaglio imputate. Ma anche in merito a quanto risulta verosimile non è stata provata la causalità individuale. Dunque, caso per caso. Come affermato dalla Cassazione, nel caso di malattie multifattoriali è necessario verificare altre ipotesi di causa per individuare la più plausibile soggetto per soggetto.

Nel concludere in questo tono i giudici effettuano un richiamo alle risultanze dell’indagine epidemiologica richiesta ai consulenti tecnici.

“Non è stato accertato il nesso causale – scrivono nelle motivazioni – tra l’esposizione professionale delle vittime alla sostanza cancerogena e l’insorgenza delle neoplasie secondo il grado di elevata probabilità logica o credibilità razionale richiesto dalla giurisprudenza delle Sezioni unite penali della Corte di legittimità (Sentenza Franzese, 30328 del 2002) per pervenire a un giudizio di condanna, non essendo al riguardo sufficiente la mera probabilità statistica di produzione dell’evento emersa dal complesso delle indagini peritali”.

E a questo punto vengono riportati alcuni dati sintetici. Il risultato dello studio epidemiologico dice che su una coorte di 984 soggetti esaminati (702 uomini e 282 donne, 823 vivi e 161 deceduti) sono emerse con certezza 5 patologie neoplastiche in eccesso rispetto a quelle attese: 3 tumori al polmone e 2 alla vescica. La conclusione dei periti è che sia provato il nesso di causalità per un caso di tumore alla vescica (Luigi Pacchiano) e per tre casi di tumore polmonare (Biagio Fiorenzano, Aldo Martoglio e Rosario Presta).


About Andrea Polizzo

Giornalista professionista dal 2010 e blogger. Sin dal 2005 matura esperienze con testate regionali di carta stampata, on-line e televisive. Attualmente collabora con il mensile d'inchiesta ambientale Terre di Frontiera e con il network VicenzaPiù. Ideatore di blogtortora.it, caporedattore e coordinatore di www.infopinione.it.

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