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San Sago: il punto in vista dell’inizio del processo


Il prossimo 3 giugno udienza per il processo al management dell’impianto di San Sago. Facciamo insieme il punto sulla vicenda.

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TORTORA – Il prossimo 3 giugno 2016 è prevista udienza del processo per reati ambientali al management dell’impianto di depurazione di San Sago.

L’appuntamento è stato fissato nella prima seduta del procedimento svoltasi lo scorso 8 aprile. Il giudice ha deciso il rinvio alla data su indicata per consentire al Comune di Tortora, costituito come parte civile, di rinnovare la citazione di Co.Gi.Fe Ambiente Srl come responsabile civile. In tal senso, infatti, è stato ravvisato un errore.

In attesa di seguire gli sviluppi di questo caso giudiziario, vi proponiamo un approfondimento largamente basato su quanto pubblicato su Terre di frontiera, il mensile d’inchiesta consultabile on-line diretto da Pietro Dommarco ed edito dall’associazione culturale Ossopensante. Il resoconto che state per leggere lo trovate nel numero 2, “Orizzonti perduti” del mese di aprile 2016: anche in questo caso consigliamo ai lettori di consultare i numeri già usciti e quelli che verranno di Tdf.

San Sago: che storia è?

Secondo due procure, tra Calabria e Basilicata, l’impianto di depurazione rifiuti liquidi di San Sago, frazione del comune di Tortora, minaccia la salute del fiume Noce, di 6 aree Sic e delle popolazioni locali.

Quella di San Sago è una storia di inquinamento: di 35mila tonnellate di percolato presumibilmente finite in mare. Ma è anche una storia di decine di posti di lavoro in terra di disoccupazione. È una storia finita nelle stanze delle procure e nelle aule di tribunale. È una di quelle storie che ti danno l’idea di quanto sia difficile in Italia accertare un reato ambientale e condannarne gli autori. È la storia di un impianto di depurazione di rifiuti liquidi speciali pericolosi e non situato a poche decine di metri dal fiume Noce e dal Mar Tirreno calabrese e lucano.

È una storia iniziata quindici anni fa e che di capitolo in capitolo è arrivata fino ad oggi. È la storia di chi lavora con la monnezza ma sostiene sempre di essere pulito, sotto ogni aspetto.

In mezzo ci sono sequestri e società che cambiano nome con disinvoltura eppure paiono amministrate sempre dalle stesse facce. Ci sono comuni lucani e calabresi diventati avversari dopo essere stati clienti. Ci sono associazioni ambientaliste e anche attori di teatro e un santo.

L'impianto di San Sago visto dall'alto
L’impianto di San Sago visto dall’alto

Se vinci nelle aule di tribunale è come se l’inquinamento svanisse.

Mentre mancano pochi giorni affinché se ne torni a discutere in tribunale, l’impianto vive una nuova fase. Vasche, pompe, collettori, nastropresse e pozzetti di pescaggio sono pronti a tornare in funzione.

Un nuovo slancio all’attività dopo più di due anni di stop forzato a causa di un sequestro preventivo dell’autorità giudiziaria e di un’ordinanza sindacale di chiusura.

Oggi la società che possiede e gestisce l’impianto, è chiara: “Abbiamo avuto ragione su ogni fronte giudiziario. Ora ripartiamo”.

E lo ha fatto sapere all’indomani di una recente pronuncia del Tribunale amministrativo della Regione Calabria. Nella camera di consiglio del 18 dicembre 2015, presidente Guido Salemi, Emiliano Raganella e Raffaele Tuccillo a latere, il Tar ha accolto il ricorso presentato dal privato contro l’ordinanza di chiusura emessa dal sindaco di Tortora, Pasquale Lamboglia.

Un atto, quello sindacale, assunto a marzo 2014 e motivato con la volontà di salvaguardare la salute dei cittadini e l’ambiente dal pericolo rappresentato dal depuratore. Un’ordinanza urgente che faceva seguito al sequestro dell’impianto stesso avvenuto il 4 dicembre 2013 ad opera della brigata della guardia di finanza di Cetraro.

Allora, le fiamme gialle, in qualità di polizia giudiziaria per conto della Procura della Repubblica di Paola, avevano apposto i sigilli al depuratore ipotizzando gravi reati ambientali. Il sequestro giungeva al termine di un’indagine complessa che ha coinvolto le procure di Paola (Cs) e Lagonegro (Pz), la già citata guardia di finanza, l’aliquota di polizia giudiziaria sezione Ambiente della procura paolana e i carabinieri del nucleo operativo e radio mobile lagonegrese.

Un’indagine talmente complessa da richiedere anni e che è comunque servita per ottenere il rinvio a giudizio di tre amministratori dell’impianto. Ciononostante, il depuratore di San Sago nel frattempo era stato anche dissequestrato dallo stesso Gip nel marzo del 2015 e restituito agli aventi diritto.

Forte di questi risultati (dissequestro e annullamento dell’ordinanza, ndr) Ecologica 2008 Srl ha messo in campo una strategia distensiva e ha aperto un dialogo con i principali oppositori: amministrazioni comunali e sigle ambientaliste. È bene dunque ricordare chi, attualmente, si oppone all’impianto di San Sago.

Innanzitutto i comuni lucani del Lagonegrese e della Valle del Noce e quelli calabresi dell’Alto Tirreno cosentino. Tutti centri costieri o collinari interessati dalla questione in maniera diretta o per prossimità. Questi, a partire dal 2011, si sono uniti all’interno del Comitato a difesa del fiume Noce fondato con Libera del Lagonegrese e l’associazione Valledelnoce.it. Quest’ultima è l’associazione ambientalista locale ideata dal rivellese Ulderico Pesce, attore e regista teatrale noto per essere autore di spettacoli di denuncia sociale ed ambientale (Asso di monnezza, sul traffico illecito di rifiuti, Storie di scorie sul pericolo nucleare e i depositi di Rotondella, Saluggia, Casaccia e sulle manifestazioni del 2003 contro l’ipotesi d un deposito a Scanzano Jonico).

Valledelnoce.it, è poi uscita dal Cominoce in aperta polemica con buona parte dei suoi componenti ritenuti inermi di fronte all’altra presunta grande fonte di inquinamento del fiume: i depuratori comunali del Lagonegrese.

“Il vero obbiettivo dovrebbe essere la salvaguardia del corso d’acqua e della vallata – ci ha detto di recente Pesce – ma a noi ci è sembrato che buona parte del Cominoce puntasse piuttosto al Contratto di fiume e al controllo delle risorse economiche comunitarie per la sua progettazione. Il Cdf – ha aggiunto – è una cosa buona, ma non bisogna confondere la lotta per l’ambiente con le mire di ingegneri ed architetti aspiranti progettisti”.

Alla ripresa delle attività a San Sago si oppongono inoltre Comitato per la Bonifica dei terreni, mari e fiumi della Calabria, Movimento ambientalista del Tirreno e la sezione locale di Italia nostra che stanno attirando l’attenzione di diversi livelli istituzionali sul caso.

Questi ultimi hanno rifiutato l’invito a incontrare i proprietari. “La nostra posizione – hanno fatto sapere – è che quell’impianto è incompatibile con l’area naturalistica in cui si trova e quindi, ad un eventuale incontro, non avremmo avuto nulla da dirci”.

L’invito, invece, è stato accolto dal Cominoce. “Un incontro interlocutorio” secondo il responsabile di Libera del Lagonegrese, Gerardo Melchionda, quello in effetti avvenuto lo scorso 9 marzo a Lauria (Pz). In quella occasione la delegazione della proprietà era rappresentata da Carlo Caporizzi, nome mai associato in precedenza alla vicenda, che ha riferito di essere il proprietario degli impianti da molto tempo.

Si è infatti scoperto che da circa 8 anni la società di cui è titolare (la Co.Gi.Fe. Ambiente Srl, ndr) controlla Ecologica 2008 Srl che, come da atti d’indagine, risultava controllata e gestita dai Lo Noce, imprenditori pugliesi, di base in provincia di Taranto. Pasquale e Cosimo Lonoce sono tra l’atro imputati con altri 9 in un altro processo per reati ambientali compiuti nel depuratore e nel contiguo impianto di compostaggio.

Caporizzi ha inoltre aggiunto (ma questa va consolidandosi negli anni come prassi dei gestori l’impianto) che l’intento è quello di creare uno spartiacque con il passato. Eppure anche nel caso della nuova società i fili parrebbero condurre nella medesima provincia tarantina. Eppure, Caporizzi all’incontro era accompagnato da Debora Plastina, ovvero l’amministratore unico e rappresentante legale di Ecologica 2008 all’epoca del sequestro della guardia di finanza, indagata per reati ambientali e rinviata a giudizio nel processo San Sago.

Il privato ha comunque chiesto al Cominoce di avanzare proposte per instaurare un buon rapporto e di considerare gli impianti come una risorsa e non come una minaccia ma – sempre per bocca di Melchionda –, è stato già precisato che “in quel sito il depuratore non va bene”. Va però tenuto conto del fatto che – secondo indiscrezioni – all’interno del comitato ci sarebbero posizioni differenti tra i sindaci che vanno da quelle rigide e intransigenti ad altre, invece, più morbide. Il quadro, però, potrebbe mutare, in un senso o nell’altro, dopo le elezioni comunali in programma in importanti centri come Lauria e Lagonegro.

Quando le storie d’inquinamento vengono scritte su pagine fatte di ambienti protetti

Comprendere la storia di San Sago non è cosa semplice. Ma è utile comprendere su quale carta, metaforicamente parlando, questa storia viene scritta. Stiamo parlando di una vasta area su cui ricadono circa una dozzina di comuni, al confine tra Calabria e Basilicata.

La valle è attraversata dal fiume Noce che percorre i suoi 45 chilometri di lunghezza sorgendo in Lucania, dalle falde settentrionali del massiccio del Sirino, e tuffandosi nel Mar Tirreno praticamente in Calabria. La parte finale del corso d’acqua segna inoltre il confine naturale e politico tra le due regioni.

Scivolando verso Sud sfiora Lagonegro, Rivello, Lauria, Trecchina e alla foce si lascia a Nord Maratea e a Sud i centri balneari della cosentina Riviera dei Cedri: Tortora, Praia a Mare, San Nicola Arcella, Scalea, Santa Maria del Cedro e così via.

L’impianto è situato nel Comune di Tortora, nella frazione San Sago confinante con i comuni dell’area lucana. Prende il nome da San Saba di Collesanto, un monaco basiliano che dimorò nell’area del Mercurion durante il monachesimo basiliano dell’alto Medioevo.

Ci troviamo a breve distanza dalla costa e, tutto intorno, ben 6 Sic (Sito di interesse comunitario): “Valle del Noce”, “Marina di Castrocucco”, “Isola di Santoianni e costa prospiciente”, “Acquafredda di Maratea”, “Isola di Dino”, “Fondali Isola di Dino – Capo Scalea”. Fare una elencazione delle specie protette di flora e fauna presenti nell’area sarebbe un’esercizio utile ma quanto meno impegnativo. Basti però citare il lupo (Canis Lupus), la puzzola (Mustela Putorius), il gatto selvatico europeo (Felis Silvestris), il moscardino (Muscardinus Avellanarius), il cervone (Elaphe Quatuorlineata), la tartaruga greca (Testudo Graeca) e la lontra (Lutra Lutra), specie particolarmente protetta e definita prioritaria dalla direttiva europea. A pochi chilometri dalla foce, sui fondali dell’Isola di Dino di Praia a Mare, sorgono colonie di Gorgonie e praterie di Posidonia oceanica.

Se invece si vuole badare ad aspetti più materiali, allora è impossibile non citare la vocazione turistica dell’intera area con l’asse costiero che è trainante con le sue località balneari, colte sì dalla crisi degli ultimi anni, ma che vantano una storia quasi cinquantennale nel contesto.

foce e riviera

 

Una storia di sequestri, ricorsi, processi e pochi, pochissimi colpevoli. Quasi nessuno.

 
Dici “San Sago” e invece che al santo pensi ai faldoni delle inchieste. Sono diversi i procedimenti giudiziari che hanno interessato gli impianti di depurazione e di compostaggio presenti a San Sago. A volte separatamente. A volte insieme.

Come nel procedimento seguito agli accertamenti compiuti nel 2008 e nel 2009 dalla procura di Paola. Allora, ipotizzarono gli inquirenti, gli imputati avevano costituito un’associazione a delinquere con struttura stabile per l’illecito smaltimento di ingenti quantità di rifiuti solidi urbani provenienti da siti di stoccaggio della Calabria, della Campania e della Basilicata. Questi sarebbero stati triturati e mescolati a segatura, terreno vegetale, percolato, plastica, risulte di costruzione, sangue animale ed altre sostanze nocive per essere successivamente depositati su terreni agricoli nei pressi del fiume Noce, grazie a proprietari compiacenti.

Nel corso d’acqua sarebbero stati anche sversati liquami non depurati poi finiti nel Tirreno con conseguente danneggiamento e alterazione di aree naturali protette. Scopo del sodalizio, sarebbe stato incassare profitti illeciti derivanti dai risparmi sui costi di smaltimento pagati dalle società e dalle amministrazioni comunali che conferivano rifiuti alle ditte coinvolte. La struttura avrebbe anche utilizzato falsa certificazione di analisi del rifiuto e mancata emissione dei previsti formulari. Questo processo, partito nel 2010 con le udienze preliminari è ancora in corso, ma ha prodotto una condanna nel rito abbreviato dell’imputato Gaetano Lops.

Reati simili sono contestati nel processo partito con un rinvio l’8 aprile scorso e nato dall’inchiesta coordinata dalle due procure del territorio, quella lucana di Lagonegro e quella calabrese di Paola, che ha condotto al sequestro dell’impianto, oggi dissequestrato.

I finanzieri, nel periodo d’indagine, hanno seguito con apparecchiatura satellitare gli spostamenti delle auto-cisterne e dei camion che trasportavano i rifiuti nell’impianto tortorese. Hanno vagliato la documentazione prodotta dalla ditta a partire dal 2009 e fino al 2013. Dagli accertamenti è risultato che la ditta in diverse occasioni non ha rispettato il limite massimo giornaliero di rifiuti liquidi trattabili, fissato a 300 metri cubi.

Ma le investigazioni hanno anche portato alla scoperta di criticità nel funzionamento dell’impianto. È stato accertato che i liquidi venivano deviati con “tubazioni volanti” verso il torrente, senza passare dalle vasche di depurazione. In altri casi, inoltre, veniva saltato anche il passaggio della denitrificazione con gravi conseguenze per i corsi d’acqua e per l’ambiente circostante.

Con questi passaggi illeciti il management dell’impianto – ipotizza il giudice per le indagini preliminari – ha maturato ulteriori guadagni derivanti dal risparmio sui trattamenti (ancora). A questo scopo si preoccupava di catalizzare nell’impianto di San Sago quanti più rifiuti liquidi speciali possibili attraendoli, oltre che dalla Calabria, anche da impianti della Campania, della Basilicata e della Puglia (ancora).

Gli inquirenti hanno inoltre sottolineato il grave danno ipotizzato per la salute e per l’ambiente tenendo conto che le acque del Noce vengono utilizzate anche per l’irrigazione di campi e l’abbeveramento di animali oltre a riversarsi nel mar Tirreno che bagna la Riviera dei Cedri, area a forte connotazione turistica balneare.

Il Gup di Paola Pier Paolo Bortone ha poi rinviato a giudizio Debora Plastina, Raffaele Cavaliere e Agostino Gallo rispettivamente amministratore unico e rappresentante legale, collaboratore e direttore tecnico della Ecologica 2008 Srl. Dovranno rispondere di disastro doloso, inosservanza di autorizzazione nella gestione di rifiuti non pericolosi, getto pericoloso di cose aggravato dal danneggiamento, distruzione e deturpamento di bellezze naturali compiuti. I componenti del Cominoce, il Consorzio turistico del Tirreno e alcuni imprenditori balneari a titolo individuale, il Parco marino Riviera dei Cedri e associazioni del territorio sono state ammesse quali parte civile.

“Saremo pienamente soddisfatti – ha dichiarato il giorno del rinvio a giudizio il sindaco di Tortora, Pasquale Lamboglia – se attraverso questo procedimento si giungerà alla revoca dell’Autorizzazione integrata ambientale da parte della Regione Calabria e alla chiusura definitiva dell’impianto. Non siamo interessati alle condanne dei singoli”.

Un procedimento che dovrà sentenziare. Nel frattempo è possibile farsi un opinione seguendo le consulenze tecniche prodotte dalle due parti.

Le perizie di parte: disastro ambientale o impianto modello?

Secondo la relazione tecnica sul depuratore di San Sago stilata per conto del Comune di Tortora dall’ingegnere chimico Raffaele Magnanimi “Sussistono – scrive nelle conclusioni – tutte le condizioni perché le attività effettuate dalla società Ecologica 2008 abbiano determinato un disastro ambientale, esistendo i presupposti costituiti da: ampiezza, straordinaria gravità e irreparabilità del danno”.

L’analisi offre dati inquietanti soprattutto circa le quantità di rifiuti sversati senza essere depurati direttamente nel torrente Pizinno, affluente del fiume Noce, e da quest’ultimo direttamente nel Mar Tirreno. In 4 anni, dal 2010 al 2013, ben 35mila tonnellate. Il 90 percento di esse, come risulta dai registri della società, è costituito da percolato: circa 32mila tonnellate. Magnanimi ha dunque stimato che, sempre nello stesso periodo, sono circa 50 le tonnellate di metalli pesanti finite nell’ecosistema del Noce.

La conclusione che propende per l’esistenza del disastro ambientale sarebbe determinata “dall’elevata pericolosità delle sostanze versate” in maniera ripetuta in un arco di tempo considerevole (4 anni) attraverso mezzi di diffusione (torrente, fiume e mare) che espongono a pericolo un elevato numero di cittadini oltre all’ambiente circostante. Un danno definito “irreparabile, non circoscritto ma diffuso nel suolo (per irrigazione), nelle acque del Noce (contaminazione fauna, contaminazione persone per i possibili usi diversi) e nel mare (balneazione e pesca)”.

La relazione espone inoltre un dettaglio delle sostanze chimiche cancerogene e tossiche per l’ambiente versate nelle acque contenute nel percolato arrivato a San Sago tra cui Arsenico, Cadmio, Cromo totale, Mercurio solo per citarne alcune.

Il calcolo – si legge ancora nel documento – è stato effettuato sulla base di un bilancio giornaliero tra quantità di rifiuti in arrivo, quantità lavorabile secondo i limiti imposti dall’Autorizzazione integrata ambientale in possesso della ditta e capacità di stoccaggio in vasche di accumulo.

Per il privato, invece, quello di San Sago sarebbe un “Impianto modello”. È quanto viene da pensare leggendo la consulenza tecnica di parte richiesta all’ingegnere ambientale Federico Vagliasindi. “Nel periodo 2010 – 2013 l’Ecologica 2008 Srl che gestisce l’impianto di depurazione di San Sago ha sempre rispettato il limite annuo di conferimenti imposto dalle autorizzazioni”.

Secondo lo studio, basato sui dati tecnici e gestionali dell’impianto, nel periodo oggetto delle indagini si avrebbero le prove di una corretta conduzione dei processi depurativi.
E ciò – secondo Vagliasindi – sulla base della certificazione relativa ai reagenti utilizzati e dei fanghi prodotti e poi avviati in discarica che indicano quantità compatibili con quelle dei liquami trattati, in prevalenza percolato da discarica. Inoltre – si legge sempre nelle conclusioni – le “risultanze dei certificati di analisi sul refluo” in uscita “risultano tutte ampiamente conformi ai limiti di legge imposti”.

L’analisi dell’ingegnere ambientale si sofferma soprattutto sulla capacità dell’impianto di ricevere e “immagazzinare” quantità di rifiuti superiori a quelle trattabili giornalmente secondo l’Autorizzazione integrata ambientale posseduta.

“Le vasche di trattamento – conclude Vagliasindi – hanno una volumetria complessiva di mille900 metri cubi che in base alla portata media di progetto comportano un tempo medio di detenzione idraulica pari a oltre 6 giorni. Risulta quindi evidente – prosegue – che l’impianto è in grado di espletare i processi previsti anche in corrispondenza di significativi aumenti della portata”.

Secondo lo studio di parte, inoltre, l’impianto di San Sago avrebbe anche “lavorato al di sotto della capacità di progetto ed autorizzata”. Il tutto nell’ambito della trasparenza avendo fornito i propri dati gestionali con regolarità agli organi di controllo. Alla Regione Calabria, che ha rilasciato nel 2009 l’autorizzazione e, dal maggio 2012, al Comune di Tortora.

Infine, la consulenza Vagliasindi ribadisce alcuni concetti sempre espressi da Ecologica 2008. In nessuno dei 4 anni oggetto delle indagini è stata superata la soglia dei reflui trattabili di 110mila metri cubi. Nello stesso periodo, l’impianto ha ricevuto numerose visite ispettive dagli organi di controllo, da forze dell’ordine, in alcuni casi anche come organi di polizia giudiziaria e nel corso delle quali il management ha sempre collaborato fornendo quanto richiesto.


About Andrea Polizzo

Giornalista professionista dal 2010 e blogger. Sin dal 2005 matura esperienze con testate regionali di carta stampata, on-line e televisive. Attualmente collabora con il mensile d'inchiesta ambientale Terre di Frontiera e con il network VicenzaPiù. Ideatore di blogtortora.it, caporedattore e coordinatore di www.infopinione.it.

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