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Jova Beach Party Praia a Mare: Questa spiaggia è tua


EDITORIALE ||| Riflessione a quattro mani sull’evento clou dell’estate 2019 per cinque cose che ci sono piaciute molto e una, invece, no.

PRAIA A MARE – “Essere ribelli non vuole dire non avere cervello, per questo puliremo questa spiaggia e la lasceremo meglio di come l’abbiamo trovata. Calabresi, napoletani, europei non significa niente. Cittadini della Terra: questo sì che significa”.

È il Jovanotti pensiero, liberamente da noi ricomposto trafugando spezzoni di frasi che Lorenzo Cherubini ha pronunciato ieri, mercoledì 7 agosto 2019, dal palco del Jova Beach Party di Praia a Mare.

Lo diciamo con franchezza: sono tante le cose positive che abbiamo visto ieri e proveremo a parlarne, ma crediamo che questo messaggio – in questo momento storico – sia la cosa da meglio evidenziare sperando che se ne faccia tesoro.

Per il resto – arrivati a questo punto lo avrete capito – c’eravamo anche noi di Infopinione a Fiuzzi per assistere a questo festone da spiaggia e abbiamo notato 5 cose bellissime. E una no. Andiamo, in ordine sparso.

Cominciamo”? (cit.)

a.p. e p.f. al Jova Beach Party di Praia a Mare

Jova Beach Party: questa spiaggia è tua

Ora, dovrei riattaccare questo editoriale partendo dall’ambiente, ma preferisco un aneddoto molto personale. Era quasi il 1990 e Jovanotti si era appena affacciato al grande pubblico (che lo guardava con “sospetto”).

La famiglia Trioli (un abbraccio a Fabio, Fabiola e gli altri) organizzò una serata al Moana, a Tortora, dopo che si era esibito allo stadio.

Io avevo scarsi quattordici anni e lui come mito generazionale. I miei non mi diedero il permesso di andarci, a differenza di quasi tutti i miei amici. Ci rimasi molto male. Ho dovuto aspettare 43 anni per rimediare. Fine aneddoto.

L’ambiente – dicevamo –. Dal palco sono passati messaggi molto positivi, tali da indurmi ad attaccarci questo editoriale.

Non ho potuto controllare quello che succedeva ovunque nell’area. Ma a fine concerto ho visto il mio gruppetto di “muglieri e mariti” (un abbraccio Teresa, Lalla, Giansimone e Chicco ma anche Toto e Catia) andare via raccogliendo i nostri e gli altrui rifiuti per poi differenziarli nell’apposita area.

L’ho visto fare anche a tante altre persone, di ogni età, mentre guadagnavamo l’uscita. Sarò ingenuo, ma sono cose che danno speranza. (andrea polizzo)

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Nessun aspetto è stato tralasciato dall’organizzazione (foto: Carmen Napolitano)

Jova Beach Party: una macchina organizzativa da paura

Dal punto di vista organizzativo, tutto perfetto. Arrivando in auto al concerto, durante lo stesso e anche a fine dello show pensavo questo. E, a dire il vero, ho constatato essere un pensiero piuttosto condiviso.

Gli spettatori che si muovevano con ordine. Praticamente “fila zero” ovunque. Ritirare l’accredito stampa (grazie mille a Betta Bergonzi) è stato come bere un sorso d’acqua. Nessun momento di confusione e quella sensazione che ti fa dire “tutto liscio come l’olio”.

La macchina organizzativa del Jova Beach Party è impressionante. Ma va riconosciuto anche che ha evidentemente trovato terreno fertile nel luogo in cui è atterrata questa “astronave aliena”.

Il mio giudizio è quindi che va riconosciuto anche il merito dell’attuale amministrazione comunale (un grazie in particolare all’assessore Antonino De Lorenzo). (pierina ferraguto)

 

I cittadini del mondo a cui piacciono Rino Gaetano e Pino Daniele

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Jovanotti in azione sul palco del Jova Beach Party (foto: Carmen Napolitano)

Io ascolto un sacco di musica, ma non mi sento un intenditore. Mi muovo più “a sensazioni”. Ed è per via delle belle sensazioni che mi è piaciuto praticamente tutto di ieri, anche musicalmente parlando.

Persino Giorgio Poi e quell’indole “moscetta” dell’indie italiano. Persino i momenti “tunz-tunz” dello spettacolo di Jovanotti in versione dj. E, sì, persino le ballate sdolcinate che hanno sdoganato Cherubini al grandissimo pubblico.

Ma vale la pena dire che nel tourbillon di citazioni musicali andate in scena ieri (da Salmo ai Daft Punk, dai Black Eyed Peas a Luca Carboni e chissà quanti altri mi sono sfuggiti), due momenti mi hanno particolarmente toccato.

Jovanotti ha omaggiato il “nostro” Rino Gaetano (Sfiorivano le viole) e Pino Daniele (Yes I know my way) esprimendo in entrambi i casi un concetto bifronte: “Guardate-sentite cosa ha saputo produrre il Meridione, teniamoci solo il buono del Sud”.

E, contemporaneamente, ha invitato a rendersi contro del fatto che – come già riportato all’inizio – “calabresi, napoletani, europei non significa niente. Cittadini della Terra: questo sì che significa”. (a.p.)

 

Lorenzo Cherubini alias Jovanotti: ma come fa?

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Jovanotti dal palco di fronte l’Isola Dino di Praia a Mare (foto: Michele Lugaresi)

Ma come fa a sbattersi per 8 ore di fila, iniziando a muoversi da un palco all’altro per poi chiudere con quasi 4 ore di concerto? A correre, saltare, ballare, cantare, fare il dj, scherzare con Saturnino, parlare col pubblico senza fermarsi mai”?

Ce lo siamo chiesti – credo – in 25 mila, ieri. Non c’è dubbio che questo sia l’elemento caratterizzante dei live di Jovanotti. E non c’è dubbio alcuno che per molti la risposta riconduca a cose del tipo: “Chissà di cosa si fa”.

Lui, anche dal palco, ha parlato di “sali minerali”, che in effetti ha ingurgitato in dosi massicce, contenute in bottiglioni poggiati sul tavolo della consolle.

Ma la risposta migliore, forse, è che esistono persone così, come lui. Piene di energia, drogate di ritmo, di musica, di beat, di danza. È come avere un potenziale energetico. Poi, esprimerlo o non esprimerlo è una scelta. Insomma, una metafora della nostra terra, no?

Lo senti”? Ci ha chiesto un centinaio di volte durante lo show. Io – e molti come me – hanno risposto sempre “Lo sento”. Sarebbe bello “sentirlo” più spesso, qui dove viviamo noi. Non sempre, magari.

Del resto, anche lui a un certo punto è stramazzato a terra, sul palco. Ma era solo una finta, perché poi ha infilato un’altra mezz’ora abbondante di spettacolo. Di salti, di corsa, di sudore. In molti ci guardavamo con sguardi di intesa, chiedendoci: “Ma come fa”? (p.f.)

 

Non importa cosa fai. Non quanto “come” lo fai

E qui vado avanti allacciandomi a concetti già espressi, parlando della “macchina organizzativa”.

Questa tappa del Jova Beach Party di Praia a Mare, ha dato a tutti noi modo di parlare, sin dal suo annuncio. Di parlare sia bene che male di questo grande evento e davvero non credo sia necessario ricordare il dettaglio dell’una e dell’altra cosa.

Io penso che, al di là di tutto, cose così servono al territorio. E il punto è che non importa cosa fai, ma come lo fai. Che sia una sagra della melanzana o un grande festival musicale, un salotto culturale o un macroattrattore, il discrimine è la “qualità” dell’operato.

Lo ribadisco: il Jova Beach Party ha funzionato per via dei numeri imponenti delle persone, delle maestranze utilizzate, degli incassi, della copertura mediatica e chi più ne ha più ne metta. E pazienza se qualche commerciante si è lamentato per le strade bloccate.

Ha funzionato inoltre perché il personaggio – checché se ne pensi – è di spessore estremo, artista a tutto tondo e “nome da spendere” nel curriculum territoriale. In più – ma questa è estrema opinione personale – ha lanciato quel po’ po’ di messaggi. (p.f.)

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il colpo d’occhio del pubblico al Jova Beach Party Praia a Mare (foto: Michele Lugaresi)

Le cose negative, quasi tutte (purtroppo) con lo stesso accento

Non ci son rose senza spine. Una banalità, per dire che in ogni occasione si può trovare il pelo nell’uovo (festival delle banalità), e allora non ci sottraiamo.

L’orrenda gestione delle navette all’uscita del concerto, senz’altro. Ho visto spettatori di ogni età mostrare compostezza per 8 ore di seguito salvo poi trasformarsi in umani mannari affamati di un posto sul pullman. Capita.

Ma ecco il vero “neo” dell’evento. Ma prima una premessa. Io amo la Campania. Ho vissuto molti anni a Napoli e conosciuto una marea di fantastiche persone in quei posti. Fine premessa.

Ho visto alcune note stonate al Jova Beach Party. Eccole in ordine cronologico.

All’ingresso, proprio davanti alle casse c’erano dei bagarini. Alcuni compravano biglietti e altri li rivendevano un po’ più indietro.

Durante il concerto c’erano persone – evidentemente non autorizzate – che vendevano birra in bottiglia di vetro. Avevano gli zaini pieni e si aggiravano indisturbati tra la folla.

In entrambi i casi, bagarini e bibitari, la loro offerta era espressa nel dialetto campano. Spero sia abbastanza chiaro che non è una questione di discriminazione, ma un’osservazione – anche piuttosto triste – di una realtà.

Io credo che – proprio come noi calabresi che di certo non siamo agnellini – si possa essere molto meglio di così. Credo la pensi così anche Jovanotti. (a.p.)


About Pierina Ferraguto

Giornalista pubblicista dal 2013. Laureata in Filosofia e scienze della comunicazione e della conoscenza all'Università della Calabria. Dal 2006 al 2008 lavora come stagista nella redazione di Legnano de Il Giorno. In Calabria lavora con testate regionali di carta stampata e televisive.

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