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Etichette di sostenibilità degli ecommerce: la lente di Ecommerceit per evitare il greenwashing


La sostenibilità è diventata un argomento di marketing per ogni ecommerce italiano. “Spedizioni neutre in CO₂”, “packaging eco-friendly”, “filiera responsabile”, “certificato carbon-zero”: il vocabolario verde è entrato stabilmente nei materiali promozionali, e una percentuale crescente di consumatori — sopra il 50% nelle rilevazioni di settore — dichiara di scegliere ecommerce e prodotti in base a questi attributi.

Il problema è che la qualità delle dichiarazioni è molto variabile, e una quota significativa rientra in quello che la Commissione UE definisce greenwashing: comunicazioni che esagerano, omettono o presentano in modo fuorviante le caratteristiche ambientali di un prodotto o di un’azienda.

Distinguere etichette verificabili da slogan è un esercizio di alfabetizzazione che incide sulla coerenza tra valori dichiarati e acquisti reali. La directory di Ecommerceit segnala, dove rilevante, le certificazioni di sostenibilità riconosciute degli shop italiani schedati.

Le tre famiglie di etichette che oggi convivono sugli ecommerce

La prima famiglia è quella delle certificazioni di terzi indipendenti: marchi rilasciati da enti accreditati che applicano standard pubblici e verificano periodicamente la conformità. Esempi noti sono il marchio FSC per il legno e la carta, il GOTS per il tessile biologico, il Cradle to Cradle per i prodotti progettati per la circolarità, il Fairtrade per il commercio equo, la certificazione B Corp per le imprese che dimostrano impatto sociale e ambientale positivo. Per il consumatore, queste sono le etichette più affidabili: criteri pubblici, verifica periodica, possibilità di controllo sul sito dell’ente certificatore.

La seconda famiglia sono le etichette aziendali autodichiarate: il brand sviluppa un proprio standard interno, gli dà un nome (“ECONYL”, “Conscious Collection”, “Better Cotton”) e lo applica a una parte dei propri prodotti. Possono essere serie quando si basano su criteri pubblici e verificabili, ma sono di norma meno stringenti delle certificazioni di terzi e possono cambiare nel tempo senza preavviso.

La terza famiglia sono le dichiarazioni generiche di sostenibilità: “eco-friendly”, “green”, “sostenibile” senza criterio specifico o riferimento a certificazioni esterne. Sono la categoria su cui la Commissione UE ha annunciato un giro di vite con la Direttiva Green Claims (in fase di applicazione nei prossimi anni), che imporrà a chi le usa di dimostrare con evidenze scientifiche ogni affermazione ambientale generica, pena sanzioni.

I quattro indizi che svelano il greenwashing

Il primo indizio è la vaghezza: “rispettoso dell’ambiente” senza specificare cosa, “filiera responsabile” senza nominare i fornitori, “scelte sostenibili” senza riferimento a metriche concrete. Le dichiarazioni serie sono sempre specifiche e quantificate: “tessuto in cotone certificato GOTS 100%”, “imballaggio in carta FSC 100% riciclata”, “consegna in furgone elettrico in città X”.

Il secondo è il focus su una singola caratteristica positiva: lo shop esalta il packaging green ma il prodotto è in plastica vergine, oppure dichiara la “carbon neutrality” del trasporto ma non quantifica l’impronta totale del prodotto. La sostenibilità reale è un equilibrio complessivo, non una singola voce positiva su un quadro neutro.

Il terzo è l’uso di immagini “naturali” (foglie verdi, mani che tengono terra, paesaggi incontaminati) come elemento centrale della comunicazione del prodotto, senza che il prodotto stesso abbia caratteristiche ambientali rilevanti. È il segnale grafico classico del greenwashing visivo, particolarmente diffuso su packaging di prodotti chimici o industriali.

Il quarto è l’assenza di dati di confronto: una buona dichiarazione di sostenibilità si esprime per differenza (“riduce del 30% il consumo di acqua rispetto allo standard di settore”), una vaga si esprime per affermazione (“rispetta l’acqua”). Quando non c’è confronto numerico, di norma non c’è risultato misurato.

Le categorie dove la sostenibilità è più contendibile

Sulla moda, le dichiarazioni di sostenibilità sono particolarmente esposte al greenwashing: il fashion è uno dei settori a maggiore impatto ambientale, e molti brand fast fashion hanno introdotto linee “conscious” che restano una percentuale minoritaria del loro fatturato. Sui brand italiani genuinamente impegnati nella moda sostenibile, le certificazioni di terzi sono il filtro più affidabile.

Sui cosmetici e prodotti per la cura della persona, il vocabolario “naturale” e “bio” è regolamentato in modo non uniforme. Marchi affidabili sono ICEA, Ecocert, NaTrue, Cosmos Organic. Sui prodotti food, le certificazioni biologiche europee (foglia verde con stelle) e le DOP/IGP sono certificate da enti pubblici. Su arredamento e prodotti per la casa, la FSC e il PEFC sui legni, il GREENGUARD sulle emissioni indoor sono le certificazioni più affidabili.

Come scegliere un ecommerce con sostenibilità verificabile

La via operativa è guardare cosa lo shop dichiara nella sezione dedicata (di norma “Sostenibilità”, “Il nostro impegno”, “Chi siamo”). I segnali di credibilità sono: certificazioni esplicite con nome dell’ente verificatore, dati quantitativi sull’impronta ambientale, riconoscimento di limiti e aree di miglioramento, report annuali pubblicati. I segnali di greenwashing sono: dichiarazioni generiche, immagini verdi senza dati, autodefinizioni di “leadership” nella sostenibilità senza confronti misurabili.

Per orientarsi tra ecommerce italiani con sostenibilità verificata, la directory di Ecommerceit segnala le certificazioni dichiarate dagli shop schedati, dove rilevanti per la categoria merceologica. Per il consumatore che usa la sostenibilità come criterio di scelta reale, è il filtro che evita di pagare un sovrapprezzo per slogan generici e di concentrare il proprio acquisto su brand effettivamente impegnati nella direzione comunicata.


About Andrea Polizzo

Giornalista professionista dal 2010 e blogger. Sin dal 2005 matura esperienze con testate regionali di carta stampata, on-line e televisive. Attualmente collabora con il mensile d'inchiesta ambientale Terre di Frontiera e con il network VicenzaPiù. Ideatore di blogtortora.it, caporedattore e coordinatore di www.infopinione.it.

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