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Scuola a distanza: quella italiana non è ancora pronta


LOSCRIVITÙ ||| “Mancano device per alunni e docenti. Decenni di tagli all’istruzione come in sanità: infrastrutture inadeguate”, dice Giuseppe Candido.

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DI GIUSEPPE CANDIDO*

CATANZARO – Gentile direttore,

a scrivere è un docente di scuola media che il giorno dopo la chiusura delle scuole, il 6 marzo 2020, ha iniziato ha lavorare con i ragazzi a distanza col supporto delle nuove tecnologie, facendo incontri con Google meet e adoperando una delle piattaforme per classi virtuali tra le più avanzate.

La scuola italiana, quella pubblica e statale però, in ogni parte del Paese, e ancor di più nel Mezzogiorno e nella nostra Calabria, sconta anni e anni di tagli alla spesa e di “non investimenti”.

Gli edifici scolastici son quelli che sono dappertutto e al Meridione ci sono scuole, molte scuole, con aule piccole, piccolissime, con banchi doppi e di trent’anni fa, con le tapparelle non avvolgibili se non inesistenti per difendersi dal sole, per non parlare della mancanza di Lim e di computer per ogni aula.

Lo Stato, in particolare gli enti statali come comuni e province, negli anni hanno accumulato un enorme ritardo anche nella parte strutturale che riguarda la scuola.

Ma c’è anche un altro “ritardo”, un ritardo infrastrutturale: mancanza lavagne interattive, carenza di dispositivi, spesso presenti in numero insufficiente non solo per i ragazzi ma anche per i docenti che, in più occasioni, pure durante la “normalità” della “didattica tradizionale”, hanno garantito il diritto all’Istruzione con l’ausilio dei loro strumenti informatici.

E se oggi sembra a tutti impensabile che un computer possa mancare sulla scrivania di un impiegato o di un assistente amministrativo della scuola, a tutti pare normale che i docenti debbano utilizzare la loro strumentazione personale anche in classe.

Esiste poi il fenomeno noto come digital divide che divide in alunni di Serie A in possesso di computer e tablet efficienti, muniti di “traffico dati” sufficiente a stare collegati ore e ore, e alunni di Serie B, che vivono in famiglie più disagiate e che non dispongono di device adeguati né di traffico dati a sufficienza e che, ricordiamolo, è un traffico dati a pagamento: per gli alunni e per i loro insegnanti, quando non si trovano nell’edificio scolastico.

Sono decenni che il sistema di Istruzione italiano subisce tagli lineari di spesa. Un po’ come per la sanità.

L’Osservatorio dell’Università Cattolica sui “Conti Pubblici Italiani” nota che la spesa per l’Istruzione del Bel Paese nel 2017 è stata solo del 3,9%, mentre la media europea era del 4,7% con Paesi come la Svezia che spendevano e spendono nell’Istruzione quasi il 7% del loro Pil. Ma in quella classifica persino Grecia e Polonia spendevano – in percentuale rispetto al proprio Pil – più dell’Italia.

Un’ultima considerazione va fatta sull’età media dei docenti che, in Italia è di 52 anni, con docenti in servizio in aula, fino a 62 anni.

Con queste premesse, con l’emergenza Coronavirus e la conseguente sospensione delle attività didattiche prima e la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado dopo, con nota 388 del 17 marzo 2020 del capo Dipartimento del sistema educativo di Istruzione e Formazione, il Ministero dell’Istruzione, già Miur prima della scissione, ha introdotto – di fatto – la didattica a distanza, in sigla amichevole “Dad”.

Uno stravolgimento del diritto all’Istruzione, strettamente vincolato ai diritti costituzionali e ai diritti dell’uomo.

Le limitazioni e i mutamenti imposti con Dpcm, circolari e note, vanno – di fatto e di diritto – a stravolgere e a comprimere il diritto all’Istruzione costituzionalmente garantito al pari del diritto alla Salute.

Detto ciò, devo dire che sono rimasto basito dall’intervista (https://t.ly/) rilasciata il 2 maggio dal ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina a Maria Latella per Sky Tg24, sulla ripresa della scuola a settembre che dovrà essere, dice il ministro, “una ripresa scolastica a metà”.

Metà classe in presenza e l’altra metà a distanza. Così la socialità sarebbe “garantita”.

Ma la cosa che di più fa specie è stato sentire la giornalista accusare i docenti di scarse competenze e persino della colpa di non aver speso i soldi di edilizia scolastica, molta parte dei finanziamenti europei e di aver lasciato le loro scuole senza le dovute strutture e infrastrutture informatiche. E la frittata è rigirata. Totalmente.

Come se la colpa fosse dei docenti, come se pure la progettazione delle strutture e l’acquisto delle infrastrutture mancato, fosse colpa dei docenti.

Credo che qualcuno dovrebbe spiegare alla giornalista e anche alla ministra che la scuola italiana è la Cenerentola d’Europa non perché i suoi docenti non si aggiornano abbastanza, ma perché nei decenni la politica non ha più investito nell’istruzione?

L’Italia si è dimostrata impreparata all’emergenza. Non c’erano i piani di emergenza anti pandemici che l’Oms ci diceva da anni di fare, i medici sono stati mandati a combattere e spesso a morire privi di mascherine e gli ospedali sono diventati centri primari di diffusione del contagio.

Le scuole hanno chiuso, ma nonostante l’arretramento strutturale e infrastrutturale, i docenti hanno garantito com’era possibile una didattica a distanza che prima non c’era e che assai difficilmente potrà essere utilizzata nella normalità, non solo perché essa non può sostituire quella relazione educativa essenziale per il processo di insegnamento-apprendimento, ma soprattutto perché la scuola italiana non è ancora pronta a questo.

*Docente matematica e scienze, dirigente provinciale Catanzaro-Crotone-Vibo Valentia della Gilda insegnanti – Federazione Gilda Unams

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