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‘Ndrangheta e territorio, i clan si riorganizzano


Rapine, droga e intimidazioni. Dal carcere partono ordini eseguiti da Scalea ad Amantea. Dopo i colpi della Dda i clan del Tirreno lanciano messaggi per far capire chi comanda.


PAOLA – Rimpinguare i granai. I clan hanno bisogno di denari. Ed è forse dal carcere che chi ancora comanda manda allo sbaraglio un gruppo armato.

Un gruppo violento e molto pericoloso. In poche parole bisogna far capire chi è che decreta gli assetti sul territorio. C’è una ndrangheta più povera, messa in ginocchio, soprattutto nel Medio e Alto Tirreno cosentino, dalle ordinanze della Dda o da arresti di singoli affiliati, che punta adesso a rialzare la testa.

I reggenti rimasti tra le mura delle case circondariali vanno aiutati. C’è bisogno di fondi per sostenere i detenuti e le loro famiglie. Come spesso è accaduto, anche in Tela del ragno, chi rimane libero alza il tiro con rapine e furti per raccogliere il denaro.

Ma anche e soprattutto per far capire chi comanda.

Cetraro – Scalea

Franco Muto, il “Re del pesce”, non è affatto sconfitto. Il suo regno, da Cetraro a Scalea, si stende anche in Campania. Ed è su questa striscia di territorio, non a caso, che sono in aumento i reati. L’ultimo avvertimento a colpi di pistola contro un’auto, pochi giorni fa, a uno dei gestori del porto di Cetraro sarebbe riconducibile a soggetti vicini all’organizzazione.

È questa, del resto, una delle piste sulle quali indagano i carabinieri delle compagnie di Paola e Scalea oltre che naturalmente la Dda che con l’ordinanza Frontiera ha dato un duro colpo al gruppo.

Aumentano le intimidazioni, così come le estorsioni (molte non denunciate). I furti e le rapine sono fenomeni all’ordine del giorno.

Le nuove leve rimaste fuori lavorano per i veterani detenuti in carcere. Sparano alle autovetture oppure le incendiano. In molti casi agiscono di notte in altri invece, con imprudenza, in orari insoliti. Come è acceduto a Cetraro a pochi metri dal porto.

Utilizzano auto rubate per le loro azioni e poi le abbandonano. Non sono affatto dei pivellini allo sbando.

Paola – Fuscaldo

I reduci del clan sono rimasti in carcere. Matteo e Salvatore Serpa, zio e nipote, sono accusati dalla Procura della Repubblica di Paola di tentato omicidio.

Nel mirino erano finiti soggetti del clan contrapposto, quello dei Martello, che opera a Fuscaldo.

I reduci della guerra di mafia stanno cercando di decretare un riassetto sul territorio ad oggi molto difficoltoso. Difficile perché i contasti non sono stati appianati e nessuno ha il piglio dei vecchi capi mafia.

Amantea

Nel centro nepetino, invece, sta emergendo un contesto diverso. Le mani sul mercato della droga, affidato in alcuni casi anche ai migranti, potrebbe essere frutto di un’attività in crescendo da parte di gruppi organizzati del Lametino e del Reggino.

A istruire le attività di indagine sia su Paola che su Cetraro e Amantea è il pubblico ministero Anna Chiara Fasano. Il magistrato, sul caso degli spari a Paola, ha ottenuto dal riesame un importante risultato: i due Serpa sono rimasti in carcere e adesso grazie alle intercettazioni potrebbero essere incastrati anche in fase processuale.

Così come su Amantea dove con la collaborazione dei carabinieri della compagnia di Paola ha arrestato quattro migranti.

L’attenzione è concentrata adesso del sui fatti di Cetraro. Si studiano i soggetti che sono a piede libero, le telecamere e naturalmente si fa affidamento su chi potrebbe aver visto. Ad oggi pochi i riscontri utili. E difficilmente ci saranno in seguito grazie alle testimonianze.

Mentre a Paola era spuntato un testimone oculare, che poi ha comunque ritrattato, a Cetraro c’è un’omertà più marcata. Sarà un caso che a oggi non esiste nessun pentito interno del clan Muto?


About Francesco Maria Storino

Attualmente collaboratore della Gazzetta del Sud ha lavorato per La Provincia, Comunità 2000, Edizioni master, Il Quotidiano della Calabria e Corriere dello Sport. Cura particolarmente la cronaca giudiziaria.

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